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Per una filosofia della bibliografia
 
Chiamare per nome è il modo più immediato e diretto per stabilire una relazione con gli uomini e le cose. E dare il nome è atto così intimamente umano che Platone - il grande filosofo dell’antichità - dedicò al tema un intero dialogo (Il Cratilo) per stabilire se i nomi fossero dati per mera convenzione o appartenesse, invece, alla loro stessa natura la funzione di cogliere l’essenza delle cose. 
E non mi pare che ci sia modo più bello (ma anche pertinente) per definire la bibliografia se non questo: chiamare per nome, appunto, per stabilire con essi - i libri - una relazione.  
Ed è all’interno di questa dialettica - dare il nome e chiamare per nome - che può essere circoscritta l’arida scienza della bibliografia, che di arido ha solo l’apparenza. Dare il nome al libro - infatti - è l’atto conclusivo (o iniziale, quasi un progetto) con cui un autore o gli autori si apprestano ad affidare la loro fatica alla comunità. Ed il nome rappresenta la sintesi - talora infelice, talora fuorviante, talvolta ammiccante, ma anche precisa ed essenziale - con cui il libro, assunte le vesti e i colori della tipografia - come i neonati, non diversamente - si appresta al suo lungo viaggio. E come per i nomi, per via di genitori diciamo poco attenti o estrosi, capita che “Marcellino” si darà a un omone grande e grosso e “Letizia” si darà a una natura irascibile e scorbutica, e altri nomi, indicibili, risentono delle passioni hollywoodiane o sportive dei genitori, così capita anche per i libri: che taluni sono pretenziosi e altri non dicono il vero tema del libro. 
Chiamare per nome, dunque. Semplice gesto che è anche l’atto consueto e quotidiano con cui si dice l’affetto alle persone care: quelle che ci stanno vicine e delle quali i nomi si abbreviano, si vezzeggiano, si storpiano e si chiamano in soccorso. Non diversamente questa emotività appartiene anche al libro per cui talvolta capita di ricordare il preferito: il mio Bachelard, dal titolo che fa sognare - La poetica dello spazio - dal colore giallo arancio, che sta nel ripiano centrale della libreria, proprio lì vicino a Starobinski ed Arnheim. E di quel libro qui mi sovviene perchè proprio da lui ho appreso che i luoghi non sono asettico spazio ma sono profondamente intrisi di umano e l’immagine del tempo - quella cosa che se ci chiedono non sappiamo dire (così sant’Agostino) - non è mai disgiunto nel ricordo da un volto o da un profilo di collina che sta ad esso come rappreso, per cui si dovrebbe dire che le categorie non sono due, spazio e tempo, ma un’unica spazio-temporale. 
E così, nel doppio senso, possiamo dire che elencare i libri - questa attività che si chiama bibliografia - non può, anche se si volesse, ridursi a meccanica operazione. Perchè a quel titolo, che ci è sempre sfuggito, non si può non collegare un sobbalzo del cuore o una eccitazione della mano che scorre la pagina. Perché, insomma, i nomi indicano le persone che si sono amate o conosciute o anche solo immaginate, per cui le bionde trecce della beata Beatrice d’Este, recise per amore del Vangelo, compaiono insieme al suo dolce e nobile nome. 
E per dire, inoltre, che il luogo che abbiamo scelto per la ricerca - gli amati Monti Euganei - non sono tali se non per essere stati, appunto, prediletti. E che questa predilezione non è parte marginale del lavoro bibliografico, ma anzi ne è l’origine e lo scopo. 
E prima di esporre le questioni più tecniche e di metodo vorremmo render conto, ancora, della qualificazione di “viaggio”, adottata per indicare questa indagine bibliografica. Poche cose, infatti, possono considerarsi meno dinamiche e più stanziali rispetto ad una ricerca bibliografica che si consuma nel chiuso di biblioteche, che si esaurisce nell’andirivieni tra il tavolo e gli scaffali; ma è altrettanto vero che una bibliografia autentica, che muove cioè da uno spirito coinvolto con il tema trattato e disponibile a inseguire ogni traccia, è un continuo disperdersi in sentieri che si interrompono improvvisamente per ricomparire più in là, è un girovagare circospetti attenti a ogni segno e ad ogni odore, proprio come fa il cercatore solitario nel bosco alla cui pazienza si offrono i bruscandoli in primavera o le famejole di funghi d’autunno.  
La dimensione del viaggio, connotata dall’esplorare, dall’andare inquieto, dal sopraggiungere inatteso, dal venire incontro — che non appartiene solo alla realtà fisica ma anche a quello dello spirito — ci sembrava dunque la più appropriata per rappresentare un tipo di ricerca che voleva muoversi più spinta dal desiderio di conoscere, che non condotta nei monotoni sentieri dalla tecnica della fredda citazione. 
Se aggiungiamo poi che molta cultura affida all’immagine del viaggio il compito di rappresentare la vita con tutte le sue insidie, le sue innovazioni e le gioie, non ultimo, ci pare ancor meglio che il viaggio, ancora, sia il miglior modo per indicare una bibliografia che vuol essere uno strumento ed un modo per cogliere il frutto maturo, denso di profumi e di sapori, del senso dei luoghi e delle cose.