La figura del  contadino nell'immaginario
Analisi di testi letterari  della prima età moderna



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Alfabeto de' Villani

Il testo si presume composto intorno al 1520. Si dà qui di seguito la versione di E. Lovarini, Studi sul Ruzante e la lette- ratura pavana, a cura di G. Folena, Padova, 1965.


La santa crose, l'ave, el patanostro
non se l'haòm possù tegnir a mente,
ni letra fata a stampa o con ingiostro.

A
Arare e rupegare con gran stente:
questa è la nostra prima leçion
che n'ha insegnò i nostri mazorente.

B
Bruscar le vid e meter di pianton.
A' sè che 'l vin che faon no ne fa male:
nu bevon l'aqua e gi altri beve el bon.

C
çetole po' reale e personale:
i sbiri si ne tien tanto agrezè,
coegnom lassar i lieti e 'l cavazale.

D
Desculçi, senza calçe e strinçiè,
sem sbrendolusi e tuti sì ne inzerga;
e sempre a' seomo i primi assachezè.

E
E canta i preve sora i cuorpi e sberga,
po' ne castra i borseti a man a man.
Ge vegna 'l lango mo sotto la chierga!

F
Formento, megio, spelta e d'ogni gran
per gi altri semenon; nu martoregi
co un puo' de sorgo se fazon del pan.

G
Gagii, galine, oche e polastriegi
gi altri sì magna; e nu co un po' de nose
magnon di ravi, com che fa i porçiegi.

H
Huomeni e done, tusi con le tose,
el dì tuti se stenta quanto i pole,
e po' la note su le mile crose.

I
I soldè d'ogno banda sì ne tole,
e po ne lassa dopie le mogiere.
Seorn sempre i primi a far le muzarole.


K
Kason de pagia; teze è le letière:
le stale de le bestie è pur megiore;
ogn'hom spublicamente el pò vedere.

L
Luvi de note sì è nuostri segnore;
rospi e ranuogi sì ne fa el biscanto;
d'aseni e gagii aldom sonar le ore.

M
Màrtori sern con duogia e con gran pianto;
le nuostre carte dise: inspezorare.
Non sè corno a' possom mè sofrir tanto!

N
Nassern tuti a sto mondo per stentare;
l'è sì desgratià sta nuostra nagia,
che d'ogno banda se sentom pelare.

O
Odio se porton tuti in la coragia,
che se mostrom amisi al parlamento,
può se magnessomo el cuor in fritagia.

P
Polenta e pori è el nuostro passimento;
d'agio e scalogne el corpo se noriga;
fra la zente n'andorn spuzando a vento.

Q
Quistion fra nu; e andon çercando ebriga;
spendorn la festa i bieçi in qualche balo;
el pan ne manca e i nuostri tosi çiga.

R
Rustici seom chiamè; non è gnian falo:
sem tuti falsi, che ve 'l vuò dir pure;
no havom po' pì rason com ha un cavalo.

S
Strope e stropiegi uson da far çenture;
le ne scusa per strenge e an per zuogia
e da ligar le gambe a le zonture.

T
Tusi e tose, anchora che i non vuogia,
atende ai puorci, fin che gi è passù;
zoveni e vechi, tuti sem con duogia.


V
Vache co i buò, le bestie sta con nu;
el mondo n'ha con bestie acompagnò,
e pruopio a muò de biestie seom tegnù.

X
Christo fo da vilan cruçificò;
e stagom sempre in pioza, in vento e in neve
perchè avom fato così gran pecò.

Y
Phigiuoli che ge nasse dentro al sieve
ge faom le spese e sì tegnom in cà,
e no saom si gi è nuostri o pur di preve.

Z
Zape e baìli, vanghe e l'agugià,
co i nuostri cortelaçi tachè al fianco:
quest'è la letra che n'e sta insegnà.

Et
E te so dir che andom dal puoco al manco;
a' cherzo ben che 'l dì del gran deslubio
a' saron di maliditi dal lò zanco.
 

Con
Co hagom del ben el svola via in un subio
stentomo in tanta duogia e strussion,
c'hagon la vita amara co è 'l marubio.

Rum
Romponse pur la vita co a' vogiom;
sarem sempre de quigi ch'è al fondo.
Màrtori semo e màrtori sarom.

A' seom pruopio la schiuma de sto mondo!

Anonimo Pavano

 

 

L 'abbicci, l'ave, il paternostro non abbiamo potuto tenercelo a mente, ne lettera stampata o scritta.


Arare ed erpicare con grande fatica: questa è la prima lezione che ci hanno insegnato i nostri maggiorenti;

 

potare le viti e metter de' piantoni. Sfido che il vino che facciamo non ci fa male: noi beviamo l'acqua e gli altri bevono il buono.

 

Tasse poi sulle cose e sulle persone: gli sbirri ci tengono così destati, che siamo costretti a lasciare i letti e il capezzale.

   

Senza scarpe, senza calze e strinciati, siamo sbrindellati e tutti ci imbrogliano; e sempre siamo i primi ad esser messi a sacco.

   

E gridano i preti contro i corpi e predicano, poi ci castrano le borse a mano a mano. Gli venga mo il canchero sotto la chierica.

 

Frumento, miglio, spelta e d'ogni sorta grano per gli altri seminiamo; noi disgraziati con un pò di sorgo ci facciamo il pane.

   

Galli, galline, oche e pollastrelli gli altri mangiano; e noi con un pò di noci mangiamo delle rape, come i maiali.

   


Uomini e donne, ragazzi e ragazze, il giorno tutti si affaticano quanto possono, e poi la notte in su mille croci.


I soldati d'ogni parte ci tolgono e poi ci lasciano doppie le mogli. Siam sempre i primi ai fuggi fuggi.

 



Capanne di paglia; fienili sono i letti; le stalle delle bestie son pur migliori: ognuno 10 può vedere apertamente.

 

Lupi di notte sono i nostri signori; rospi e ranocchi ci fanno il concerto; da asini e galli udiam suonar le ore.
 

<>Martiri siamo con dolore e con gran pianto; le carte della sorte ci dicono: «andar di male in peggio». Non so come mai possiamo soffrir tanto!



Nasciam tutti a questo mondo per stentare; è così sciagurata questa nostra razza, che da ogni parte ci sentiam pelare.


Odio ci portiamo tutti in petto, che ci mostriamo amici a parole, poi ci mangeremmo il cuore in frittata.


Polenta e porri sono il nostro pasto; d'aglio e scalogne il corpo si nutre; tra la gente ce n'andiamo puzzando da ammorbare.


Questioni tra di noi; e accattiamo briga. Spendiamo la festa i danari in qualche ballo; il pane ci manca e i nostri figli strillano.


Rustici siamo chiamati; non è già errore: siamo tutti falsi, che voglio pur dirvelo, non abbiamo poi più giudizio di un cavallo.



Vinchi e vincigli usiamo a far cinture; e ci servono per stringhe e anche per ghirlanda, e da legare le gambe ai nodelli.


Ragazzi e ragazze, ancorche non vogliano, badano i porci, fin che son pasciuti; giovani e vecchi siamo tutti con dolori.



Vacche coi buoi, le bestie stanno con noi; il mondo ci ha con bestie accompagnati e proprio a modo di bestie siam tenuti.


Cristo fu da villani crocifisso; e stiamo sempre alla pioggia, al vento e alla neve, perche abbiamo fatto così gran peccato.


Figli che ci nascono dentro la siepe: facciam loro le spese e ce li teniamo in casa; e non sappiamo se e' son nostri oppure dei preti.



Zappe e badili, vanghe e il pungolo, coi nostri coltellacci appesi al fianco: quest'è l'istruzione che n'è stata data.


E ti so dire che andiamo dal poco al meno; ben credo che il dì del gran diluvio saremo dei maledetti dal lato sinistro del Signore.



Quando abbiamo del bene, esso vola via in un soffio; stentiamo in tanti dolori e travagliamo, che abbiamo la vita amara come il marrubio.



Rompiamoci pur la schiena quanto vogliamo, saremo sempre di quelli che sono al fondo; martiri siamo e martiri saremo.


Siamo proprio la schiuma di questo mondo!

Anonimo Pavano