La figura del  contadino nell'immaginario
Analisi di testi letterari  della prima età moderna



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Alcune immagini del contadino nelle opere del Ruzante

Un briciolo di dignità viene recuperato dal Ruzante - forse memore delle sue origini - e così vi è differenza tra villani e villani perchè noi - dice il Truffo nella Vaccària - a’ seon vilani çima d’uomeni, e no vilani mencio  - anche se a’ faelon cossì a la gruossa - occasione di spasso per i suoi colti ascoltatori - ma in faccia ad essi a’ no darae la me lengua cossì gruossa per çento de le suò sotile.
Nel Parlamento ancora il reduce Ruzante rivendica quel po’ del roçeto (garbo) com aom nu pavani e perciò, conclude, vilani è chi fa le vilanì, no chi sta a le vile. Comunque sia, nonostante queste misere velleità, conviene al villano farsi verme e strisciare per non essere calpestato e, al massimo, mettere in moto le gambe per sottrarsi da ogni situazione che lo vedrebbe inevitabilmente soccombere. Non gli resta che anelare un Paradiso dove non si semena e non si raccoglie cosa nissuna, ma di tutto quello che l’omo ha desiderio e apetitto, li viene apresentato inanzi ; oppure sognare quell’altro luogo, il fantastico paese di Cuccagna visitato dalla immaginazione ammalata di chi, per fame, si disperderà per i campi a mangiare le gemme inanzo che le faze i fiore e si adatterà persino a mangiare le fuogie a le vigne: le no porà tanto butar fuora cai, con i se magnerà.


Opera del Ruzante giovane – databile al 1521 – la Prima Oratione è un monologo – quasi un atto unico – recitata al Cardinale Marco Cornaro al barcho soto asolo in trivisana, una villa detta, appunto, del “Barco” presso Asolo.  Il cardinale era uno dei tanti prelati gaudenti e spensierati che l’agiatezza e l’età rendevano avidi di piaceri e riluttanti al ministero ecclesiastico. Elevato alla porpora in giovane età nel 1500,qualche anno dopo Giulio II lo nominò vescovo di Verona e nel 1517, Leone X gli concesse il pingue vescovado di Padova, il cui  patrimonio era amministrato dal collaterale Alvise Cornaro, amico e protettore del Ruzante.
Si sente una complicità tra il Principe della Chiesa e il nostro autore, entrambi consapevoli dello sgretolarsi della prospettiva fortemente ultraterrena della Chiesa medievale. Condividono, invece, l’esaltazione del “naturale”, dei frutti della terra, del pane, del vino, delle donne, dei piaceri della caccia.

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Pavano, no? Ma parliamo ora delle femmine, che sono meglio del­le bestie. Di certo ci sono pure delle belle femmine. E incomincian­do dal sotto in su, e dai piedi, potta, ma che bei piedaccíoni, larghi e fermi! Guarda se le zolle o i brocchi (andando, come esse vanno,scalze) facciano loro del male: si, nel culo! Non c'è brocco che non si torca o zolla che non si sbricioli. E poi quelle belle gambe grosse, con quel polpaccio paffuto che dei presselli da fieno, dico
dal lato grosso, ci perderebbero al confronto. E quelle cosciotte? Avete mai visto, l'Eccellenza Vostra, di quei bei fusti o ramacci di noce, di quelli che han la scorza liscia, eguale, fresca e morbinosa, spessa com'è uno per traverso, che tende cosí al bianco? Ebbene, cosi so­no le loro cosciotte, e altrettanto dure da pizzicare. E poi piú in su,quelle loro belle natiche, bianche e rotonde, precisamente com'è un porco ben grasso quando è pelato di fresco; che quando le vedi,non puoi tenerti dal non darvi, d'amore, a mano aperta, cosí una sculacciata. E quel posticino che è dall'altra parte sul davanti, fra le gambe, un poco piú in su, quello che, pensandoci, mi si smarrisce il cuore, e che per riguardo alla Vostra Rispettabilità, che pure è come un prete, non voglio nominare... Dico quello che il cuore mi' spinge a dire: ebbene, è quello che perfino voi, venendo al mondo,baciaste. Basta, lasciamo pur stare, che non è troppo sicuro parlar­ne, perché anche l'uomo si potrebbe incordare, come fanno i caval­li. E poi quella pancia rotonda, pancia proprio da portar tre putti in un portato. Con quelle gran tette, che ci si potrebbe nascondere il capo in mezzo: che dico tette? delle vere brocche da latte. Con quelle spallacce buone a portare ogni gran carico, che dicono: «Càricami, se tu mi sai caricare, che io porterò, o in spalla, o a sacco, o al bicollo ». Con quelle braccia e quelle mani, proprio braccia da fatica e mani da badile, che non si stancherebbero a caricare cento carriole al giorno. Con quella facciotta rotonda, nutrita, bianca e rossa, che al confronto ci perderebbero delle fette di prosciutto vergellato, o rape di quelle bianche e rosse, quando sono ben lava­ te. E poi quegli occhi di sole raggiante, che lanciano occhiate tanto acute che passerebbero le mura di Padova e le incudini. Cristo da Loreto, sono pur belli!

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