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L’abbondanza dei boschi faceva dei Colli un vero paradiso per i cacciatori. Della diffusa presenza della lepre ci testimonia il toponimo Val del Lievore così denominata a Baone agli inizi del secolo XIV o il sito indicato col nomignolo dialettale di Caçajivri, cioè “caccialepri”. Talvolta la stessa lepre, assieme al fagiano, alle pernici o ai tordi, era prevista come onoranza nei censi corrisposti dai fittavoli ai padroni dei terreni. La consuetudine di andare a cacciare lepri e altra selvaggina era così diffusa che necessitava di una disciplina apposita, come si vede negli statuti di Este del 1318.
Sulla caccia — molto diffusa nei Colli — preziosa la testimonianza diretta dell’Abate Felice Dianin (nativo di Teolo) che in un’epistola datata Montemerlo 2 ottobre 1814 e diretta a Girolamo Venanzio (conservata manoscritta nella Biblioteca del Seminario e in parte riportata in De Vivo F., Felice Dianin, illustre figlio di Teolo, “Padova e il suo territorio”, 9 (1994), n. 52, p. 44, scrive questi versi:
Mentre, Venanzio mio, questo me tiene
Rustico albergo, cui rallegra invano
la vista de’ miei colli infortunati,
Spesso su l’ali del pensier veloce
Vengo a gli amici, e vengo a voi.
Avessi almeno del cacciar il dolce
Innocente conforto. Io di Diana
Non degenere figlio e boschi e selve
Stancar solea buon cacciator, da l’alto
Ciel fulminando ora beccaccia or quaglia,
ricco, cadendo il sol, di nobil preda.
Ma pur questo piacer m’è tolto in questa
Negra stagion d’ogni diletto avara.
Mesto il cane fedel ho empre intorno,
che sembra dir: Che fai, Signor? Quei libri
perché non lasci ? e non piuttosto prendi
le gentilizie insegne e l’armi usate?
Dove mi vuoi, fedel compagno? Dove
Cacciar da macchia il tuo valor potrebbe
O starna, o beccaccino, o lepre in questi
Aridi campi, in cui pasto non trova
Neppur parco uccelletto, e fugge altrove ?
Dipingendo il delizioso luogo di villeggiatura nei Colli Euganei, e illustrando il suo modo di vivere con l’intento di lusingare l’amico a seguirlo, sono dedicati alla caccia anche alcuni passi tratti dal poema di Antonio Pochini:
Pochini A., Galzignano ( stanze), Parma 1805, p. 14:
…
Seguir le lepri in caccia,
Or tortore, or selvatico colombo,
Or pettirosso far che a terra giaccia
Pel colpo fier dello scagliato piombo,
Ora ferir il tordo, or la beccaccia,
Nel mentre il ciel fendendo va con rombo,
Allodole colpir nel volo, e quaglie:
Queste solo saran le mie battaglie.
Preziosa testimonianza sull’abbondanza di selvaggina abbiamo anche in una sorta di guida ante litteram dei Colli Euganei del primo ‘600:
Cittadella A., Descrittione di Padoa e suo territorio con l'inventario Ecclesiastico brevemente fatta l'anno salutifero MDCV, Conselve 1993, il quale parlando di Bastia, che fu Torre, si fa riferimento al bosco del Carpaneo carico di quercie (quasi piciola Hircina), di campi 333 che scolano nella fossa della Nina, e Bandessa, e Bachiglione, per commodità di condurre li legni all’Arsenale di Venezia, e contiene il Vegro lungo copioso di lepri, volpi, lupi, e tal’hora orsi, e cingiali… (p. 117-118).
Recente il contributo di Antonio Mazzetti:
Mazzetti A., L'inganno dei roccoli, in I Colli Euganei, a cura di F. Selmin, Sommacampagna (VR), Cierre, 2005, p. 73-74;
Sull’argomento si veda anche:
Zug Tucci H., La caccia da bene comune a privilegio, in Storia d'Italia. Annali, 6, Economia naturale, economia monetaria, Torino 1983, p. 397-445, e specialmente i risultati dell’indagine del Gruppo di Ricerca sulla Civiltà Rurale di Schio che, sulla base di testimonianze orali, ha raccolto notizie sugli strumenti e le tecniche della caccia, sui richiami, gli appostamenti, le trappole, i nomi degli uccelli, le ricette:
Caccia (La) e gli uccelli nella tradizione vicentina, a cura del Gruppo di Ricerca sulla Civiltà Rurale, Sandrigo (Vicenza) 1996.
Riferito all’ambito locale un piccolo contributo:
Ciscato A., Le caccie in Este e nel padovano nel secolo XIV, “Isidoro Alessi. Rivista estense di storia lettere ed arti”, 1 (1895), n. 3, p. 17-18.
Interessante il saggio di Bartolomeo Cecchetti che espone, a proposito della caccia, il consolidarsi della selvaggina come cibo dei nobili, documentato dai prezzi di vendita più alti anche rispetto a cibi di pregio come lo storione e le bottarghe:
Cecchetti B., Il vitto dei veneziani nel sec. XIV, “Archivio Veneto”, n.s., 30 (1885), p.te I-II, p. 27-96.
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