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perchè "il giallo di Vincent"?

Ho scelto il giallo perché il giallo è il colore della luce, del calore e della gioia ma è anche abbagliante come il dolore e accecante come l’incertezza. E poi perché Vincent Van Gogh rappresenta per me l’umano, la passione, l’impegno, lo sguardo amorevole verso le cose e la gente. Quindi il giallo e quell’uomo sono per me una sintesi di ciò che ha valore nella vita.

Un profilo

Ho avuto la fortuna di aver avuto più vite professionali: prima bibliotecario, conservatore del Museo di arte contemporanea “Dino Formaggio” del Comune di Teolo, responsabile dei servizi sociali e culturali del medesimo ente, e poi docente di Filosofia e Storia presso il Liceo Scientifico “Fermi”, dove sono stato anche Vicepreside.

Quello che è rimasto costante negli anni è  stato l’amore per il territorio dove sono nato. Ma non per uno sterile attaccamento, che ciascuno ha, per le radici, quanto piuttosto per la consapevolezza del fatto che ciascuno di noi guarda le cose da una prospettiva, da un luogo.

Io ho guardato il mondo dai Colli Euganei e dunque diventava importante capire il carattere, la personalità di questo spazio. Perché un luogo non è un contenitore neutro di eventi, di cose e persone, ma è animato dalla cultura, dall’immaginazione  e dalla storia. E i luoghi trasmettono e comunicano quegli elementi che vanno a costituire la nostra identità.

Ma su una cosa vorrei esser chiaro: non è che il recupero delle radici, la cultura delle radici abbia a che fare con l’esclusione e l’affermazione perentoria di una identità. Le radici sono la nostra ricchezza, costituiscono il patrimonio con il quale ciascuno di noi si rivolge all’altro. Ma non per escludere o allontanare quanto per dire chi siamo. Esse sono la ricchezza che possiamo confrontare con altre, che possiamo condividere e spartire lungo il cammino, come si fa con il pane.

Ho avuto la fortuna di aver avuto più vite professionali: prima bibliotecario, conservatore del Museo di arte contemporanea “Dino Formaggio” del Comune di Teolo, responsabile dei servizi sociali e culturali del medesimo ente, e poi docente di Filosofia e Storia presso il Liceo Scientifico “Fermi”, dove sono stato anche Vicepreside.

Quello che è rimasto costante negli anni è  stato l’amore per il territorio dove sono nato. Ma non per uno sterile attaccamento, che ciascuno ha, per le radici, quanto piuttosto per la consapevolezza del fatto che ciascuno di noi guarda le cose da una prospettiva, da un luogo.

Io ho guardato il mondo dai Colli Euganei e dunque diventava importante capire il carattere, la personalità di questo spazio. Perché un luogo non è un contenitore neutro di eventi, di cose e persone, ma è animato dalla cultura, dall’immaginazione  e dalla storia. E i luoghi trasmettono e comunicano quegli elementi che vanno a costituire la nostra identità.

Ma su una cosa vorrei esser chiaro: non è che il recupero delle radici, la cultura delle radici abbia a che fare con l’esclusione e l’affermazione perentoria di una identità. Le radici sono la nostra ricchezza, costituiscono il patrimonio con il quale ciascuno di noi si rivolge all’altro. Ma non per escludere o allontanare quanto per dire chi siamo. Esse sono la ricchezza che possiamo confrontare con altre, che possiamo condividere e spartire lungo il cammino, come si fa con il pane.